Intervista all’inviato Fausto Biloslavo

Un esempio di mente critica è il giornalista inviato. La filosofia di CriticaMente messa in pratica. L’inviato, infatti, se imparziale, ha un pensiero critico per andare sotto la superficie delle cose per scavare e trovare le radici di un conflitto o di un problema. Oltre a Toni Capuozzo e Rodolfo Casadei (vedi interviste), un altro grande inviato capace di ciò è Fausto Biloslavo. L’ho intervistato e gli ho fatto domande più personali che professionali, perché volevo conoscere l’aspetto umano del reporter di guerra. Forse l’aspetto meno conosciuto di un inviato.

TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA A FAUSTO BILOSLAVO – 25 maggio 2016                            di Michele a Grotto
Quando ha deciso di intraprendere la professione di reporter di guerra?

Era l’ultimo anno delle superiori e mi piaceva scrivere, fotografare, documentare e girare il mondo in cerca di avventure, possibilmente sbarcando il lunario. Ho coniugato queste passioni e ho cominciato a fare il giornalista di guerra, prima da fotografo e poi facendo quello che mi piaceva veramente, quindi scrivere.
Ho assistito ad un massacro in Uganda e a quel punto, nonostante poi non avessi dormito per due giorni, ho capito che quello era il mio modo di vivere.

Nella sua carriera come è cambiato, se è cambiato, il suo modo di fare reportage

È cambiato il mondo, sono cambiate le guerre e quindi sono cambiati anche gli obiettivi e il modo di fare giornalismo di guerra. Io ho cominciato durante la guerra fredda, non c’era la tecnologia di oggi. Si partiva per lunghi reportage e si scriveva solo quando si tornava, perché altrimenti il massimo della velocità a quel tempo era il fax, sempre se si trovava…
Ho vissuto due cambiamenti epocali: il primo è la caduta del muro di Berlino e l’arrivo delle guerre fino alla porta di casa nostra, ad esempio in ex Jugoslavia. Dall’ordine dovuto allo scontro fra USA e URSS, si è passati al disordine. Il secondo avvenimento epocale è stato l’11 Settembre con l’abbattimento delle torri gemelle. Adesso è impossibile fare reportage come un tempo, anche per il progresso tecnologico. La prima guerra del Golfo è stata raccontata in diretta e adesso la guerra è sempre più in diretta, grazie ai social network e al progresso tecnologico. Basta pensare alle nuove videocamere che ti stanno in una mano e riesci a fare servizi professionali. Io, invece, ho cominciato con la macchina fotografica con il rullino…

Cosa ne pensa dei social e del web nel campo del reportage di guerra?

Sono aperto a tutte le innovazioni che possono aiutare, ovviamente “cum grano salis”, perché con i social network c’è anche molta informazione spazzatura e si accreditano delle “bufale”, come le fosse comuni in Libia nelle Primavere Arabe, ad esempio. Utilizzati professionalmente sono grandi mezzi: pensa ai tweet come sono veloci e danno la possibilità di raggiungere un pubblico giovane. Tutti i giornali ormai dopo aver pubblicato le notizie su cartaceo e sul proprio sito, le rilanciano sul web con Facebook e Twitter, creando un rapporto più diretto con i lettori.

Qual è secondo lei la cosa più importante da trasmettere alla gente?

Penso che non abbiamo nessuna dote messianica, noi siamo dei testimoni che raccontano i fatti in prima linea, così come li senti, come li provi e sopratutto come li provano le vittime. Raccontiamo un piccolo spicchio di quello che succede in prima linea e che rappresenta la grande storia di una data guerra.

Qual è un aspetto positivo e uno negativo della sua professione?

L’aspetto positivo è che comunque è un lavoro che appassiona nonostante i rischi e la famiglia che resta a casa. L’aspetto negativo è che in Italia non ne vale neanche tanto la pena farlo, perché la cassa giornalistica italiana è un po’ ai minimi termini.

Quando Lei è lontano, come reagisce la sua famiglia?

Anche la mia famiglia è in prima linea. Una prima linea diversa, fatta di attesa, di tensione. Mia figlia fin dall’asilo faceva disegni di me sotto le bombe. Inoltre le tecnologie, soprattutto Skype, hanno aiutato. In Libia, sotto le bombe della NATO, si riusciva, quando c’era la linea internet, a comunicare. Ci sono comunque dei pro e dei contro. Quando i figli crescono un po’ e vedono via Skype il papà che trema per le bombe, si mettono a piangere. Penso che la famiglia di un reporter di guerra, come quella dei soldati, sia in prima linea anch’essa.

Qual è la sua paura più grande in zone di guerra? Ha mai pensato di non farcela?

La paura di non tornare, di essere preso in ostaggio, di fare una lenta e inesorabile brutta fine. Ho passato diverse disavventure: mi sono fatto sette mesi di carcere a Kabul, sono finito in campi minati, sono stato sotto il fuoco di mortai e imboscate, ho sentito i proiettili fischiare sopra la testa varie volte. Nonostante tutto ce l’ho sempre fatta e forse questo mi ha reso più attento alla sicurezza.

Per quanto riguarda l’ISIS, secondo Lei siamo in guerra? Se sì, che tipo di guerra è?

La guerra ce l’hanno dichiarata e noi in qualche maniera ci siamo un po’ coinvolti con i bombardamenti. È una guerra non dichiarata però molto pericolosa, perché loro colpiscono a casa nostra, come abbiamo visto a Parigi e a Bruxelles, con attentati che dal punto di vista militare non sono un granché, ma sono devastanti per il numero di vittime e per il terrore che provocano. Quindi siamo in una guerra non dichiarata e dobbiamo prenderne atto.

Esistono dei corsi sulla sicurezza?

Sì, esistono dei corsi. Ne ho fatto uno, tempo fa, in Inghilterra con ex membri delle Sas. Il 50% del corso viene fatto sul pronto soccorso, perché, altrimenti, a volte rischi di morire dissanguato. In Italia esiste qualche corso, però forse un po’ meno serio e più burocratico. Poi insegnano persone che non hanno mai visto volare un proiettile…

Quanto importante è avere un contatto sul posto? Continua ad avere un rapporto con la gente conosciuta sul posto?

È fondamentale, non puoi muoverti senza contatti, senza qualcuno che sia i tuoi occhi, le tue orecchie, la tua bocca e ne conosca bene l’ambiente. Con questi si crea un rapporto che rimane. Il mio fixer (persona assunta per aiutare il giornalista in zone di guerra, ndr) in Afghanistan è scappato da anni, terrorizzato, ed è fuggito in Canada: ci sentiamo ancora via mail.

Quindi è importante anche la fiducia che si ripone in queste persone, giusto?

Sicuramente! Ci vuole anche esperienza nel capire quale persona scegliere.

Quali sono i valori che si porta in zone di guerra?

È importante l’onestà intellettuale ed è importante non andare là già pensando di sapere tutto, quando invece non si sa un bel niente e ogni volta si impara qualcosa di nuovo.

Ho letto del suo progetto “gli occhi della guerra”. Me ne può parlare?

Ho avuto questa idea un paio di anni fa, poi è stata sposata dal sito del Giornale. Anche di fronte alla crisi dei media tradizionali, soprattutto per le notizie estere, abbiamo pensato di coinvolgere di più la comunità dei lettori e dei sostenitori. Abbiamo chiesto loro di sostenere l’attività di reportage proponendo dei titoli. Abbiamo cominciato con la Libia e l’Afghanistan e abbiamo proseguito con un alto numero di reportage rispetto alle aspettative. Su alcuni temi come i cristiani perseguitati i lettori hanno risposto con entusiasmo, anche da un punto di vista economico. Si è creata una sorta di comunità che è andata oltre il sistema usuale editoriale, secondo cui il lettore va in edicola e si compra il giornale o accende il televisore e guarda il Tg. Si è creato un rapporto più diretto, senza filtri.

Quali saranno i suoi prossimi servizi?

Adesso sono appena tornato dall’Iraq e ora mi sto occupando della Libia. Forse ci saranno anche dei servizi molto più vicini a noi, con il boom dell’immigrazione sulla rotta balcanica. Penso sarà un’estate calda da questo punto di vista.

Ha dei progetti per il suo futuro?

Continuare a fare questo lavoro finché il fisico regge. È inevitabile che non si potrà fare per sempre: il giubbotto antiproiettile e l’elmetto pesano. Poi sarebbe bello mettere a frutto tutte le mie esperienze, magari insegnando a quelli che vogliono fare questo mestiere o avendo la possibilità di fare un documentario che riguardi il giornalismo di guerra.

Autore: Michele Grotto

Michele Grotto sogna un mondo in cui l’intelligenza emotiva e la comunicazione efficace con se stessi e con gli altri siano abilità accessibili a tutti, in quanto fondamentali, basilari e utilissime in qualsiasi ambito della nostra vita. Sin da giovanissimo, Michele si è reso conto dei limiti del sistema scolastico riguardanti soprattutto quelle importanti abilità trasversali – soft skills – che possono fare davvero la differenza nella nostra vita. Dal lavoro alla gestione delle emozioni, passando ovviamente per le relazioni personali. Michele, grazie alla sua instancabile curiosità per ogni cosa (tanti, infatti, i suoi hobby: il calcio, il tennis, poi le lezioni di chitarra, i corsi di fotografia e quelli di scrittura, e così via), aveva toccato con mano queste nozioni trasversali con la lettura di diversi libri già ai tempi delle scuole medie. In ogni caso, si trattava di una conoscenza un po’ fine a se stessa, non abbastanza approfondita e poco messa in pratica. È proprio per questo motivo che Michele, all’età di soli 18 anni, ha subito deciso di intraprendere un percorso di formazione extra-scolastico in grado di fornirgli tutte queste utili nozioni orizzontali, per poter accompagnare al meglio le nozioni verticali, ovvero specifiche, che aveva imparato al liceo e che avrebbe imparato, di lì a breve, all’università. In questo modo, Michele ha appreso importanti abilità pratiche nel campo della PNL (Programmazione Neuro Linguistica), del coaching e dell’intelligenza linguistica direttamente dai più grandi esperti di livello nazionale ed internazionale. Inoltre, durante questo percorso di formazione, Michele ha incontrato e conosciuto Marco, con il quale poi ha deciso di creare il blog “Catena di Pensaggio” Ora Michele ha 19 anni e studia ‘Philosophy, International and Economic Studies’, un corso di laurea interdisciplinare interamente insegnato in inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In più, è già Master Practitioner in PNL, è Licensed NLP Coach ed è iscritto all’Associazione Professionale Nazionale del Coaching.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...