Intervista all’inviato Rodolfo Casadei

Un esempio di mente critica è il giornalista inviato. La filosofia di CriticaMente messa in pratica. L’inviato, infatti, se imparziale, ha un pensiero critico per andare sotto la superficie delle cose per scavare e trovare le radici di un conflitto o di un problema. Oltre a Toni Capuozzo e Fausto a Biloslavo (vedi interviste), un altro grande inviato capace di ciò è Rodolfo Casadei. L’ho intervistato e gli ho fatto domande più personali che professionali, perché volevo conoscere l’aspetto umano del reporter di guerra. Forse l’aspetto meno conosciuto di un inviato.

TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA A RODOLFO CASADEI – a Portogruaro, 5 marzo 2016      di Michele Grotto

Ha sempre voluto fare l’inviato di guerra? Qual è il suo obiettivo in veste di inviato?

Non sono un inviato di guerra, non sono neanche un inviato di pace. Sono un inviato internazionale: un giornalista che esce dai confini del suo paese per verificare le notizie che arrivano in Italia dall’estero, perché il giornalismo è verificare la fondatezza delle notizie. Per quanto riguarda le notizie internazionali, si tratta delle notizie sulle quali noi abbiamo meno strumenti per verificarle. Se mi dicono che c’è stato un incidente qui fuori, esco dal mio ufficio e narro la dinamica dell’incidente. Il problema delle notizie internazionali è che arrivano da lontano e sono fornite, in genere, dalle fonti in conflitto e ognuna delle parti in causa propaganda la sua visione dei fatti. Il compito dell’inviato è essere una parte terza, non coinvolta, e testimoniare quello che sta accadendo.

Dopo aver visto dolore e sofferenza, come fa a tornare in zone di guerra?

Quello che mi motiva a tornare è l’incontro con l’umanità presente in questi luoghi, un’umanità afflitta dalle ingiustizie, ma che testimonia una grandezza. Persone capaci di grande sacrificio per testimoniare ciò che sono, la loro verità, la verità che affermano di avere incontrato. Questa capacità di testimonianza esercita un fascino su di me. Quindi c’è questo interesse a ritrovare questa umanità e mettersi alla scuola di questa, avendo l’occasione di cambiare se stessi, crescere, convertirsi.

Quanto è importante il rapporto che nasce con le persone che incontra nelle zone di guerra?

È fondamentale, anche perché l’inviato, se vuole svolgere un lavoro utile, deve avvicinarsi alle radici, alle realtà di base, alle realtà sociali e comunitarie e per questo è importante avere dei contatti sul posto. In genere il lavoro dell’inviato non è quello di partire verso un luogo che non si conosce, ma di partire verso un luogo dove lui ha già dei contatti e attraverso questi contatti si muove. Questo garantisce un minimo di sicurezza e garantisce la possibilità di poter andare oltre le versioni ufficiali degli avvenimenti.

Esiste una preparazione per gli inviati in zone di guerra?

Il comandamento principale è quello di non farsi notare, quindi di essere somigliante alle persone in cui si va. Non farsi accompagnare da militari e poliziotti, non avere degli apparati di sicurezza visibili, ma passare il più possibile inosservato.

I suoi familiari come hanno vissuto la sua professione?

La mia famiglia è la famiglia ideale per un inviato, perché sono persone che accettano l’idea di avere un coniuge, un padre che ha questo stile di vita. Sono i miei migliori alleati.

Cosa ne pensa dei Social Network? 

Sono iscritto a due social media: Twitter e Facebook. Li uso prevalentemente per far conoscere i miei articoli, che allego ai tweet o posto nella mia bacheca Facebook. Uso pochissimo Twitter per comunicazioni diverse dal link a miei articoli perché non concepisco la riduzione del pensiero a battuta di 140 caratteri. Il pensiero ha bisogno di più spazio, se uno vuole fare battute le faccia coi colleghi in ufficio o giù al bar. Uso Facebook anche per proporre citazioni e testi altrui che dovrebbero aiutare riflessioni. Quando sono in missione pubblico in bacheca Facebook foto dai miei reportage: sono i post che ricevono il maggior numero di like. Posto tali foto qualche tempo dopo che ho abbandonato la località da cui le invio per ragioni di sicurezza: non voglio far sapere dove mi trovo esattamente in tempo reale, quando sono in un paese mediorientale.

 


Rodolfo Casadei parla della sua professione durante la conferenza del 6 Marzo 2016 in aula magna dell’ITIS Leonardo Da Vinci a Portogruaro (VE)
“L’inviato è una professione in via d’estinzione. I grandi giornali sono rimasti con qualche inviato, mentre i piccoli giornali non ne hanno più. Per la mia prossima missione internazionale ho dovuto cercare dei finanziatori. Tuttavia questo resta l’unico modo autentico di fare il giornalista, che facciate il giornalista di cronaca locale o che facciate l’inviato di guerra. Il metodo è uscire, fare domande, conoscere, ascoltare e non avere mai la presunzione di avere capito tutto, però aver la certezza di avere imparato qualcosa e di poter trasmettere qualcosa di genuino, di reale, che non è tutto ma una parte.”

Autore: Michele Grotto

Michele Grotto sogna un mondo in cui l’intelligenza emotiva e la comunicazione efficace con se stessi e con gli altri siano abilità accessibili a tutti, in quanto fondamentali, basilari e utilissime in qualsiasi ambito della nostra vita. Sin da giovanissimo, Michele si è reso conto dei limiti del sistema scolastico riguardanti soprattutto quelle importanti abilità trasversali – soft skills – che possono fare davvero la differenza nella nostra vita. Dal lavoro alla gestione delle emozioni, passando ovviamente per le relazioni personali. Michele, grazie alla sua instancabile curiosità per ogni cosa (tanti, infatti, i suoi hobby: il calcio, il tennis, poi le lezioni di chitarra, i corsi di fotografia e quelli di scrittura, e così via), aveva toccato con mano queste nozioni trasversali con la lettura di diversi libri già ai tempi delle scuole medie. In ogni caso, si trattava di una conoscenza un po’ fine a se stessa, non abbastanza approfondita e poco messa in pratica. È proprio per questo motivo che Michele, all’età di soli 18 anni, ha subito deciso di intraprendere un percorso di formazione extra-scolastico in grado di fornirgli tutte queste utili nozioni orizzontali, per poter accompagnare al meglio le nozioni verticali, ovvero specifiche, che aveva imparato al liceo e che avrebbe imparato, di lì a breve, all’università. In questo modo, Michele ha appreso importanti abilità pratiche nel campo della PNL (Programmazione Neuro Linguistica), del coaching e dell’intelligenza linguistica direttamente dai più grandi esperti di livello nazionale ed internazionale. Inoltre, durante questo percorso di formazione, Michele ha incontrato e conosciuto Marco, con il quale poi ha deciso di creare il blog “Catena di Pensaggio” Ora Michele ha 19 anni e studia ‘Philosophy, International and Economic Studies’, un corso di laurea interdisciplinare interamente insegnato in inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In più, è già Master Practitioner in PNL, è Licensed NLP Life Coach ed è iscritto all’Associazione Professionale Nazionale del Coaching.

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