Intervista all’inviato Toni Capuozzo

Un esempio di mente critica è il giornalista inviato. La filosofia di CriticaMente messa in pratica. L’inviato, infatti, se imparziale, ha un pensiero critico per andare sotto la superficie delle cose per scavare e trovare le radici di un conflitto o di un problema. Un grande inviato capace di ciò è Toni Capuozzo. L’ho intervistato e gli ho fatto domande più personali che professionali, perché volevo conoscere l’aspetto umano del reporter di guerra. Forse l’aspetto meno conosciuto di un reporter di guerra.

TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA A TONI CAPUOZZO – 27 febbraio 2016.                                di Michele Grotto

Quando ha deciso di diventare inviato di guerra? È sempre stato il suo obiettivo diventare giornalista?

Non ho mai sognato di fare il giornalista. Sognavo di lavorare sulle navi, perché mia nonna lavorava cameriera sulle navi a Trieste e quindi mi inviava cartoline dall’Australia, dall’America e non mi raccontava le fiabe, ma di viaggi. All’età di scegliere le superiori non ho fatto il liceo nautico, perché ero negato con la matematica, quindi ho scelto il liceo classico e, poi, ho studiato sociologia all’università. Poi ho cominciato per caso a fare il giornalista perché ho scoperto che così si incrociavano le mie passioni: scrivere e viaggiare.

Qual è e quale era, se è cambiato nel tempo, il suo obiettivo da giornalista?

Il mio sogno era andare in America Latina e ci sono stato varie volte a tal punto che, se avessi avuto i soldi per poterlo fare, avrei pagato pure di tasca mia. A quel tempo le notizie duravano molto di più. Ora dopo due giorni una notizia è già vecchia. A me è successo di andare in alcuni posti, raccogliere una storia, tornare e pubblicarla dopo quindici giorni.

Un aspetto positivo e uno negativo del suo lavoro?

Positivo è che capisci il valore della vita e sei grato anche di annoiarti a casa senza avere niente da fare. Negativo è che vedi da vicino il dolore, la sofferenza…

Immagino! Come fa a tornare in zone di guerra dopo quello che ha visto?

Per la passione, perché sono curioso, perché poi rimango in contatto con delle persone e voglio sapere come va a finire. Ancora oggi ho dei contatti nei Balcani, in Iraq…

La sua famiglia come ha vissuto il suo mestiere?

Io sono separato, ma non è per questo. La mia ex moglie mi ha sposato quando già facevo questo lavoro e quindi già sapeva come sarebbe stato. Mia figlia oggi ogni tanto mi rimprovera, amabilmente, per i tanti compleanni in cui non c’ero.

Qual è la cosa più importante che deve trasmettere un reporter di guerra alla gente?

Il sapore di un posto, perché le notizie arrivano comunque. Il reporter di guerra, invece, dà voce ai protagonisti e fa sembrare la storia che racconta meno lontana a chi legge o ascolta da casa.

Esiste una preparazione ai reporter di guerra?

Ci sono dei corsi, che non ho mai frequentato, forse per scaramanzia, sulla sicurezza. Ho frequentato solo un corso di due giorni sulla guerra batteriologica. I corsi esistono, ma il lavoro lo si impara facendo. È importante essere in forma.

Ho letto il libro “Le guerre spiegate ai ragazzi” in cui parla anche di terrorismo. Era un po’ presto per parlare di ISIS quando l’ha scritto. Secondo Lei è una guerra che va affrontata come tale?

Sono cambiate le guerre e sono cambiati i modi di affrontarle. Oggi se dovessimo combattere nelle condizioni dei nostri bisnonni nella prima guerra mondiale, non ci andrebbe nessuno. Soprattutto in occidente il valore della vita del singolo è importantissimo e si combatte di più con i droni. Il problema è che il “nemico” in questione ha un rapporto con la vita molto diverso dal nostro.

Ha mai pensato di non farcela?

Tante volte, tante volte. E in quei momenti penso a quanto stupido sono stato a mettermi nei guai…

La Sua paura più grande?

Non ho tantissima paura della morte, devo dire. Ho paura della sofferenza, del dolore. Quindi la paura più grande è quella di essere sequestrato, di essere nelle mani di persone che ti odiano e ti fanno del male. Per quanto riguarda la morte, invece… si muore una volta sola! Una bomba e non te ne accorgi nemmeno che stai per morire.

Quanto ha inciso nella sua vita quotidiana il suo mestiere di reporter di guerra? E quanta differenza c’è, sotto questo aspetto, fra inviato e giornalista di cronaca?

Non ho mai amato la definizione di “inviato di guerra” perché credo che si debbano raccontare anche delle storie normali. Si rischia di considerare normalità la guerra, se si è specializzati solo sulla guerra. Per quanto riguarda le differenze… nel giornalismo di guerra c’è più solitudine rispetto al giornalismo di cronaca, non c’è tutta la redazione con te. È molto diverso, sono quasi due mestieri diversi.

So che non vorrebbe che i suoi figli facessero i giornalisti. Per quale motivo?

Non è più il giornalismo di una volta, quando si andava in giro, ci si muoveva per le notizie. Ora rischierebbero di rimanere dietro la scrivania in ufficio al computer. Il mondo del giornalismo oggi è molto meno ospitale ed è molto meno facile trovare lavoro. Spesso non ti viene nemmeno data la possibilità di dimostrare quanto vali…

Autore: Michele Grotto

Michele Grotto sogna un mondo in cui l’intelligenza emotiva e la comunicazione efficace con se stessi e con gli altri siano abilità accessibili a tutti, in quanto fondamentali, basilari e utilissime in qualsiasi ambito della nostra vita. Sin da giovanissimo, Michele si è reso conto dei limiti del sistema scolastico riguardanti soprattutto quelle importanti abilità trasversali – soft skills – che possono fare davvero la differenza nella nostra vita. Dal lavoro alla gestione delle emozioni, passando ovviamente per le relazioni personali. Michele, grazie alla sua instancabile curiosità per ogni cosa (tanti, infatti, i suoi hobby: il calcio, il tennis, poi le lezioni di chitarra, i corsi di fotografia e quelli di scrittura, e così via), aveva toccato con mano queste nozioni trasversali con la lettura di diversi libri già ai tempi delle scuole medie. In ogni caso, si trattava di una conoscenza un po’ fine a se stessa, non abbastanza approfondita e poco messa in pratica. È proprio per questo motivo che Michele, all’età di soli 18 anni, ha subito deciso di intraprendere un percorso di formazione extra-scolastico in grado di fornirgli tutte queste utili nozioni orizzontali, per poter accompagnare al meglio le nozioni verticali, ovvero specifiche, che aveva imparato al liceo e che avrebbe imparato, di lì a breve, all’università. In questo modo, Michele ha appreso importanti abilità pratiche nel campo della PNL (Programmazione Neuro Linguistica), del coaching e dell’intelligenza linguistica direttamente dai più grandi esperti di livello nazionale ed internazionale. Inoltre, durante questo percorso di formazione, Michele ha incontrato e conosciuto Marco, con il quale poi ha deciso di creare il blog “Catena di Pensaggio” Ora Michele ha 19 anni e studia ‘Philosophy, International and Economic Studies’, un corso di laurea interdisciplinare interamente insegnato in inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In più, è già Master Practitioner in PNL, è Licensed NLP Coach ed è iscritto all’Associazione Professionale Nazionale del Coaching.

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