Juve vince 1-2 sul Chievo: in classifica più di 3 punti… di sutura.

Allo stadio comunale Marcantonio Bentegodi, domenica 6 novembre, non è stato sconfitto il Chievo, bensì il calcio italiano. Come ogni domenica.

Chievo Verona – Juventus, domenica 6 novembre 2016. Quel che ho visto nel post-partita ha fatto sì che i 90 minuti sul campo di gioco passassero in secondo piano. Ciò che mi ha colpito, invece, è stato il campo di guerra ad un centinaio di metri dai cancelli del Bentegodi.

La scena: nell’angolo del parcheggio due furgoni e quattro tavoli, tanti amici con numerosi bambini festeggiano la vittoria della Juventus con panini e serenità. Poi la rottura di questo loro equilibrio: qualche ultrà della curva juventina – quindi della stessa fede calcistica – si imbuca e approfitta dell’abbondanza di cibo. A qualcuno, evidentemente, questo non è andato giù e, così, è nato un battibecco. Qualche insulto e qualche spintone. Allora i due ultrà non invitati se ne vanno. Ma non alzano bandiera bianca, anzi. Pochi istanti dopo ritornano. Non sono soli: con loro una ventina di ultrà non del tutto sobri e con tanta voglia di attaccare briga. Scarpe nere, jeans neri, felpa nera. E, ovviamente, cappuccio e scaldacollo alzato per coprire il volto. Ribaltano i tavoli, cibo a terra, tre feriti, di cui uno finito all’ospedale: tanti lividi sul corpo e sul viso, un taglio profondo sulla fronte e forti dolori alla spalla, presumibilmente rotta. I celerini non hanno tardato ad intervenire e a bloccare il pestaggio, ma il danno, ormai, era stato fatto.

Nonostante tutto, la sconfitta di oggi non l’ha subita il Chievo. L’ha subita l’Italia e il calcio italiano. Come spesso accade, ci sono state delle risse tra tifosi. Ecco, il problema è che le nostre orecchie sono troppo abituate a sentire notizie di questo genere. Gli stadi italiani, oltre ad essere vecchi di almeno dieci anni rispetto alla media eurepea, pullulano di avanzi di galera. “Tifosi” che vivono la settimana aspettando la domenica, giorno in cui possono sfogare la loro rabbia repressa: prima in curva con cori e insulti, poi fuori dallo stadio alzando le mani (se non qualche arma) e vandalizzando la città. 

La nostra società è abituata a tutto ciò e, infatti, tutto pare nella norma. È questo il problema. È normale vedere code di pattuglie di poliziotti del reparto celere attrezzati di scudi, manganelli e caschi fuori dagli stadi? È normale avere paura di portare i propri figli a vedere una partita di calcio? Sto parlando di calcio – di un gioco -, non di guerra. È normale rischiare la pelle per assistere a 90 minuti di calcio?

Ogni domenica la Polizia non può fare altro che intervenire sedando, entro tutti i suoi limiti legali, i disordini provocati dagli ultrà. In ogni caso la soluzione a questo problema non sta nella Polizia. Questa, infatti, agisce solo sulle conseguenze del problema principale, di cui parlo in quest’altro articolo.

Autore: Michele Grotto

Michele Grotto sogna un mondo in cui l’intelligenza emotiva e la comunicazione efficace con se stessi e con gli altri siano abilità accessibili a tutti, in quanto fondamentali, basilari e utilissime in qualsiasi ambito della nostra vita. Sin da giovanissimo, Michele si è reso conto dei limiti del sistema scolastico riguardanti soprattutto quelle importanti abilità trasversali – soft skills – che possono fare davvero la differenza nella nostra vita. Dal lavoro alla gestione delle emozioni, passando ovviamente per le relazioni personali. Michele, grazie alla sua instancabile curiosità per ogni cosa (tanti, infatti, i suoi hobby: il calcio, il tennis, poi le lezioni di chitarra, i corsi di fotografia e quelli di scrittura, e così via), aveva toccato con mano queste nozioni trasversali con la lettura di diversi libri già ai tempi delle scuole medie. In ogni caso, si trattava di una conoscenza un po’ fine a se stessa, non abbastanza approfondita e poco messa in pratica. È proprio per questo motivo che Michele, all’età di soli 18 anni, ha subito deciso di intraprendere un percorso di formazione extra-scolastico in grado di fornirgli tutte queste utili nozioni orizzontali, per poter accompagnare al meglio le nozioni verticali, ovvero specifiche, che aveva imparato al liceo e che avrebbe imparato, di lì a breve, all’università. In questo modo, Michele ha appreso importanti abilità pratiche nel campo della PNL (Programmazione Neuro Linguistica), del coaching e dell’intelligenza linguistica direttamente dai più grandi esperti di livello nazionale ed internazionale. Inoltre, durante questo percorso di formazione, Michele ha incontrato e conosciuto Marco, con il quale poi ha deciso di creare il blog “Catena di Pensaggio” Ora Michele ha 19 anni e studia ‘Philosophy, International and Economic Studies’, un corso di laurea interdisciplinare interamente insegnato in inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In più, è già Master Practitioner in PNL, è Licensed NLP Coach ed è iscritto all’Associazione Professionale Nazionale del Coaching.

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