“In carcere, con rispetto parlando, stavo tra persone perbene”

Dentro il carcere Due Palazzi di Padova, “quel posto che prima d’oggi mi sembrava tanto lontano e inarrivabile e ora mi sembra molto più vicino”

Ho letto l’articolo di Vice sul 41bis, l’ergastolo e la semilibertà in Italia, contenente l’intervista a Carmelo Musumeci, all’ergastolo già da 25 anni. L’ho trovato molto interessante. E poi mi ha ricordato la mia esperienza in carcere, proprio due anni fa – non dietro le sbarre, eh. Un’esperienza che mi ha fatto riflettere su un problema che, al tempo, non mi ero ancora posto. Un’esperienza che dovremmo fare tutti, a mio parere, per capire veramente cosa vogliono dire carcere ed ergastolo.

Per questo motivo ho deciso di riportare su CriticaMente l’articolo che, dopo la visita al carcere Due Palazzi di Padova, avevo scritto per il giornalino d’istituto della mia scuola di allora.

 

“In carcere, con rispetto parlando, stavo tra persone perbene”

– cit. Totò, dal film “Dov’è la libertà” di R. Rossellini

Abbiamo superato undici cancelli rosso fuoco prima di entrare in quell’alto e imponente edificio che si vede passando per l’autostrada, a Padova. Poi i primi sguardi malinconici e persi nel vuoto dei detenuti che ci scrutavano da dietro le inferriate e gli sguardi tesi e spesso frustrati delle guardie penitenziarie. Gianluca, Lorenzo ed Erion ci hanno raccontato la loro storia, poi si sono aggiunti Biagio e Andrea, anche se “fuori programma”.
Gianluca è uno di quei classici uomini bonaccioni, piuttosto grassottelli e quasi sempre belli rubicondi. Lui non lo è, però. Probabilmente lo era, ma ora è pallido e il suo volto è solcato da due grosse occhiaie. Lui non si sarebbe mai pensato di finire in carcere: era un medico chirurgo e conduceva una vita tranquilla tra famiglia, lavoro e rugby, la sua grande passione. Poi il primo figlio e la moglie con una depressione post partum. Cercava di nascondere ai conoscenti e ai parenti i ricoveri e i tanti farmaci di sua moglie ma, si sa, gli amici si accorgono sempre che qualcosa non va. Uno in particolare, amico da una vita, compagno di studi e di squadra, gli era corso in aiuto, ma “non c’è nessun problema, tranquillo” era la solita risposta. Poi il secondo figlio, un aborto spontaneo e lo stress a questo punto ha prevalso sulla ragione facendogli compiere quell’atto folle che è stato l’omicidio della sua amata. Un medico chirurgo che non ha saputo chiedere aiuto, forse anche a causa del suo lavoro, che lo aveva abituato a un ruolo da leader in ospedale. Erano gli altri che dovevano chiedere aiuto, non viceversa.
 Lorenzo era un rapinatore, naturalmente. Perché “naturalmente”, vi chiederete? Perché i suoi primi dieci anni di vita li ha passati senza padre, che era in carcere per rapina.
Erion, albanese, a soli sei anni, dopo il trasloco della famiglia, si è visto catapultato in un altro mondo, così vicino e allo stesso tempo lontano dal suo paese d’origine. Cresce a Lecce, molla la scuola subito dopo le medie e comincia con dei piccoli reati, definiti da lui stesso “atti di ribellione” in quanto vedeva i suoi genitori lavorare dal mattino presto alla sera tardi e non gli andava giù che venissero sfruttati e sottopagati. Poi gli atti di ribellione sono diventati più grossi fino ad arrivare alle armi e alla droga, agli inseguimenti, alle costole rotte e alle tre pallottole dei carabinieri che gli hanno fatto vedere la morte da vicino.
Infine Biagio e Andrea che, in pochi secondi, ci hanno raccontato la loro storia anche se non erano tenuti a farlo: sono partiti col rispondere ad una domanda di una studentessa e poi hanno divagato raccontandoci di sè, perché è davvero difficile non esternare i propri sentimenti in queste occasioni. Andrea era un insegnante, davvero una bella persona. Anche lui ha compiuto lo stesso reato di Gianluca e poi ha tentato di uccidersi all’istante: rimpianto, raptus o tentativo di fuga dal destino ormai segnato?
Biagio, ormai da diciassette anni in carcere, faceva parte di un’associazione a delinquere e ha passato così tanti anni in isolamento, che aveva perso la parola e solo dopo tanto lavoro ha ricominciato a parlare, se così si può definire. Raccontandoci della sua condanna all’ergastolo si è quasi commosso. Penso sia meglio la pena di morte di una condanna all’ergastolo, almeno la si fa finita subito. L’ergastolano è un condannato a una pena di morte mascherata e non fa altro che perdere ogni speranza e vivere il resto della vita senza prospettive.
Il momento che più mi ha colpito è quando ci siamo lasciati. Noi che superiamo ancora i grandi cancelli e loro no. Noi che stiamo a pensare a cosa possiamo fare il pomeriggio e loro che non riescono a non pensare al perché sono rinchiusi in carcere, quel posto che prima d’oggi mi sembrava tanto lontano e inarrivabile e ora mi sembra molto più vicino. 

22 febbraio 2015

Autore: Michele Grotto

Michele Grotto sogna un mondo in cui l’intelligenza emotiva e la comunicazione efficace con se stessi e con gli altri siano abilità accessibili a tutti, in quanto fondamentali, basilari e utilissime in qualsiasi ambito della nostra vita. Sin da giovanissimo, Michele si è reso conto dei limiti del sistema scolastico riguardanti soprattutto quelle importanti abilità trasversali – soft skills – che possono fare davvero la differenza nella nostra vita. Dal lavoro alla gestione delle emozioni, passando ovviamente per le relazioni personali. Michele, grazie alla sua instancabile curiosità per ogni cosa (tanti, infatti, i suoi hobby: il calcio, il tennis, poi le lezioni di chitarra, i corsi di fotografia e quelli di scrittura, e così via), aveva toccato con mano queste nozioni trasversali con la lettura di diversi libri già ai tempi delle scuole medie. In ogni caso, si trattava di una conoscenza un po’ fine a se stessa, non abbastanza approfondita e poco messa in pratica. È proprio per questo motivo che Michele, all’età di soli 18 anni, ha subito deciso di intraprendere un percorso di formazione extra-scolastico in grado di fornirgli tutte queste utili nozioni orizzontali, per poter accompagnare al meglio le nozioni verticali, ovvero specifiche, che aveva imparato al liceo e che avrebbe imparato, di lì a breve, all’università. In questo modo, Michele ha appreso importanti abilità pratiche nel campo della PNL (Programmazione Neuro Linguistica), del coaching e dell’intelligenza linguistica direttamente dai più grandi esperti di livello nazionale ed internazionale. Inoltre, durante questo percorso di formazione, Michele ha incontrato e conosciuto Marco, con il quale poi ha deciso di creare il blog “Catena di Pensaggio” Ora Michele ha 19 anni e studia ‘Philosophy, International and Economic Studies’, un corso di laurea interdisciplinare interamente insegnato in inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In più, è già Master Practitioner in PNL, è Licensed NLP Life Coach ed è iscritto all’Associazione Professionale Nazionale del Coaching.

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