Oltre l’apparenza, le origini di un “bad boy”

Dopo l’ennesima squalifica, Joey Barton si è ritirato dal calcio. Una carriera da “bad boy” fra risse e carcere. Una carriera analizzata da un punto di vista diverso. Oltre le apparenze. Cercando il perché dei suoi comportamenti aggressivi tanto noti agli appassionati di calcio.

Joey Barton: per chi segue il calcio è un nome ben conosciuto per i suoi fallacci, i cartellini rossi e per le sue risse in campo. Con gli avversari,  con i compagni di squadra, con i tifosi.  Il “bad boy”  per antonomasia. Un calciatore che ha fatto della cattiveria – non solo agonistica – la sua carriera sportiva. Odiato da molti per questo. 

Non voglio fare un articolo calcistico,  anzi. Voglio parlare di Joey Barton non in qualità di calciatore,  ma in veste di uomo. 

Quasi tutti nel mondo del calcio lo conoscono per il suo temperamento.  Pochissimi sono andati oltre la superficie e hanno provato a capire perché Joey Barton si comporti in questo modo. Ovviamente,  dobbiamo andare a rovistare nelle radici, nell’ambiente in cui è cresciuto.  Ed è per questo motivo che voglio ringraziare la Gazzetta dello Sport.  Oggi,  al bar,  mi è subito saltato all’occhio il pezzo che è stato scritto sull’ex calciatore inglese, perché per la prima volta ho letto un articolo riguardante il perché dei suoi comportamenti e non solo il cosa ha fatto.  

Evidentemente Barton non ha avuto un infanzia tutta rose e fiori. È nato e cresciuto in una delle aree più disagiate di Liverpool. “Suo zio fu ferito gravemente,  suo fratello fu coinvolto in un omicidio a sfondo razziale e condannato a 17 anni di carcere.  I suoi divorziarono a 14 anni.” – spiega Giulio Di Feo,  il giornalista. Barton, parlando del posto in cui è cresciuto, sottolinea che “i padri se avessero potuto avrebbero messo tutti i loro ragazzi a lottare in un recinto per vedere chi era il più duro”.

Si spiegano tante cose: è nato fra tanta violenza ed è cresciuto violento e pieno di rabbia nei confronti del mondo intero. In questi casi la maggior parte delle volte viene intrapresa una strada simile a quella dei genitori o di chi ha avuto maggiore influenza su di noi da piccoli. Se nel mezzo del nostro viaggio troviamo quella che in gergo si chiama “guida” (che sia una persona o anche solo un’esperienza significativa) e ne approfittiamo allora possiamo saltare fuori dalla melma in cui siamo inpantanati.  Altrimenti continuiamo a vivere con le convinzioni e i valori che abbiamo assorbito come una spugna da bambini.  Perché da bambini siamo come il cemento fresco: un’impronta su di noi,  anche se lieve,  rimane ben fissata. 

Joey Barton ci insegna ad andare più a fondo. Andiamo oltre la superficie. Siamo tolleranti: tutti noi se fossimo cresciuti nello stesso quartiere di Joey Barton,  nella stessa famiglia,  circondati dalle stesse persone,  dalle stesse abitudini, convinzioni e dagli stessi valori,  saremmo estremamente simili a quel che è lui oggi. 

Osservando con occhi più critici e andando oltre il solito inutile giudizio superficiale possiamo trovare un perché che ci faccia tollerare (che non significa necessariamente giustificare) ogni come e ogni cosa. Sempre. Anche col Joey Barton.